B. Sascha Horowitz
L E T T E R E A P E R T E A…
dedicate anche a coloro che non ne scrivono o non ne ricevono
Premessa
– Si tratta di lettere mai spedite e che non spedirò mai, ragione per cui non ho neppure notato un indirizzo per non essere tentato di spedirle per davvero.
– Allora perché le hai scritte nel blog?
– Da un lato per chiarirmi certe idee che mi sono fatto in alcune situazioni particolari, dall’altra parte per dar sfogo a ciò che avrei potuto dire, ma che non ho voluto, osato, saputo esprimere, vuoi per rispetto, vuoi per non creare inutili, sterili contrasti, ma probabilmente anche perché le chiarificazioni successive già mi bastavano di per sé, a parte il fatto che forse le vere motivazioni mi sfuggono!
Lettera aperta…a un amico universitario
Prima parte
Caro amico,
suppongo che il nome di Walther Howard (1880-1963: Germania-Olanda), non ti sia familiare, così come non lo è per la maggior parte dei melomani, compresi gli addetti ai lavori, ma te ne voglio parlare perché ritengo che ha avuto, e forse ha tuttora anche dopo la sua dipartita, un ruolo considerevole nel mio sviluppo.
– D’ora in poi abbrevierò il suo nome con la H. .
D’altronde l’incontro con lui o meglio con i suoi scritti, si fece fortuitamente scorrendo lo schedario di una Biblioteca Cantonale durante le vacanze estive ai tempi in cui studiavo al Conservatorio di Ginevra e ho trovato gli scritti interessanti e degni d’interesse, ragione per cui me ne sono letti la maggior parte proprio durante le vacanze.
Lo incontrai poi, ma successivamente in Olanda, dove avrei perfino dovuto recarmi durante un certo periodo per l’approfondimento di uno studio musicale ad ampio respiro (era pure docente di musica e musicologo), ma per delle ragioni che assolutamente non ricordo, il progetto non fu attuato (si trattava dell’inizio degli anni 50 e quindi a questa distanza la mia memoria non è più sempre sulla breccia!)
Poiché egli si recò in Cina dal 1903 al 1905 (e se ben ricordo anche in Tibet, poiché mi mostrò, se non erro, un vocabolario tedesco-tibetano scritto di proprio pugno!), mi trasmise in parte l’importante influsso taoista, che d’altronde traspare, anche se tacitamente, da molte sue pagine, in particolare dal testo filosofico-psicologico-pedagogico “Die Lehre vom Lernen” (scritta nel 1913 e pubblicata nel 1925: “l’Insegnamento dell’Apprendere”, per me correttamente intraducibile ).
Di questo influsso te ne potrai probabilmente rendere conto leggendo alcuni miei testi pubblicati in questo blog.
Ma se H. è stato un uomo dall’apertura mentale universale, si è particolarmente dedicato ai problemi psicopedagogici centrati pure sugli aspetti musicali, anche se non è di questi che ora intendo parlarti, poiché l’influsso principale l’ho vissuto nel campo filosofico, psicologico e pedagogico in generale.
Prevedo il pericolo di deformare un po’ con un riassunto ciò che H. ha voluto trasmettere: ciò nondimeno tenterò di farlo per te, abbozzando alcuni dei suoi punti di vista di cui ho potuto prendere conoscenza soltanto in tedesco (se non sbaglio e per quanto ne sappia, esiste una sola traduzione in francese di uno dei suoi testi: – Musique et Culture, Paris 1963). Ma veniamo al dunque.
Poiché secondo H. senza metafisica non c’è psicologia e senza questa non c’è veramente introspezione pure nei fenomeni fisiologici, perché dove ci sono degli effetti ci sono pure delle relazioni organiche, continuerò con un’altra delle sue idee fondamentali:
– L’Energia (o forza) vitale è universalmente agente ed è in principio neutra per rapporto alle sue determinazioni consecutive: crea e mobilita tutte le manifestazioni, ciò che significa che è eternamente dinamica.
Questo condiziona una correlazione illimitata di tutte “le parti”, a sapere delle une per rapporto alle altre. Ciò significa pure che nella più infima delle sue manifestazioni l’energia vitale è in principio e completamente compresa.
Altrimenti la correlazione assoluta di tutte le manifestazioni, la trasformazione di un fenomeno in un altro sarebbe incomprensibile ed inesplicabile.
– Le costanti trasformazioni nell’Universo sono la prova di queste eterne correlazioni e dell’assoluta unità dell’energia vitale nell’insieme e nelle sue parti.
– Questa forza che ci crea e trasforma, possiamo osservarla attraverso tutta la creazione, tanto quanto nel legno che marcisce che nel legno che brucia.
Ed è pure quella che nutre le nostre pulsioni (“Triebe”). Secondo H. fondamentalmente c’è una sola pulsione, che è quella dell’energia vitale agente, perché tutte le pulsioni particolari che osserviamo, non sono che degli effetti specializzati di questa pulsione.
Quindi non ci sarebbero né pulsioni fondamentalmente differenti, né pulsioni “superiori” o “inferiori”: l’energia vitale può dirigersi in qualsiasi direzione e in modo illimitato.
A partire dal fatto che ogni pulsione particolare è intimamente legata a tutte le altre, non c’è che un semplice passo che sembra essere molto fruttuoso per il lavoro educativo, poiché questo prova che ogni pulsione è trasformabile.
Constatando che le nostre pulsioni possono tanto svilupparsi favorevolmente quanto corrompersi, riteniamo che basta imparare a ricondurre tutte le nostre pulsioni specifiche alla pulsione fondamentale, per poterle trasformare e sviluppare.
Essendo la nostra energia vitale universale per la sua stessa natura, non c’è nessuna ragione che un individuo giunga a manifestare delle pulsioni unilaterali indesiderabili.
In tal caso si tratterrà di un abuso più o meno importante nell’utilizzo dell’energia vitale e quindi non c’è ragione alcuna di disperare per quanto riguarda la sua rettifica.
D’altronde ogni tipo di educazione valida e degna di questo nome, deve potersi inserire a questo punto e far prova della sua efficacia!
H. ci assicura che se ci conformiamo a questo postulato dell’Arte di apprendere, per cui l’energia vitale non è diretta a priori in modo specifico, ma che può essere condotta in qualsiasi direzione per attuarvi le proprie virtualità, allora avremo trovato l’attitudine fondamentale che sola giustifica ogni educazione umana.
Senza questa concezione, aggiunge H., ogni applicazione nel campo educativo è un controsenso, o addirittura incriminabile…
So long, I am around…
Fine della prima parte
Seconda parte
Il professionista, psicologo o pedagogo alquanto aperto, può constatare costantemente le trasformazioni pulsionali ma, fatto strano, non sembra che si sia dedotto che le pulsioni sono per principio trasformabili e che quindi possono essere dirette in ogni direzione prescelta.
Seguendo questa concezione, la pulsione appare quindi come una determinazione dell’energia. Ora, questa determinazione sembra dipendere dai contenuti della nostra coscienza. Questa si forma quando riviviamo interiormente ciò che percepiamo, detto con altre parole: tramite una risonanza intima e attiva.
Non si tratta di una constatazione puramente formale della realtà, ossia a un processo statico, puramente razionale, ma al contrario di una ri-creazione a partire da un’identificazione e partecipazione interiore, quindi di un processo dinamico che la lingua germanica cerca di circoscrivere con il termine, credo direttamente intraducibile di “erleben” (perché “-leben” equivarrebbe a “vivere”, ma quel prefisso “er-” suggerisce l’idea di consapevolezza, quindi e in un certo senso di un “vivere consapevolmente”!)
La mobilizzazione e determinazione della nostra energia vitale (che si potrebbe pure chiamare la nostra “virtualità”, poiché in primis non è ancora attuata), dipenderebbe dunque dalla qualità (scelta del contenuto, la sua chiarezza, ecc.) e dalla quantità (dalla sua frequenza e intensità) con la quale si rivive interiormente le rappresentazioni costituenti nell’insieme la nostra coscienza.
È questo processo interiore che ci “revitalizza”, che ci “carica” di energia (perché la concentra e canalizza) e ci predispone così all’azione in modo efficace.
Ciò che si vive e rivive costantemente, decide del nostro divenire e, quando ne siamo diventati consapevoli, anche delle nostre vere cono-scenze.
Perché, ci si può chiedere, la maggior parte delle “conoscenze” abituali formano così poco gli individui e si perdono rapidamente in coloro che vengono trattati con i metodi dove prevale l’esigenza di un apprendimento basato sull’appropriazione di risultati, di prodotti “finiti”, “predigeriti” da altri?
Perché, ci dice H. citando, salvo errore, un detto di Goethe (probabilmente ripreso da Carl Rogers in modo più esplicito nel secolo scorso):
“Per possederlo, dobbiamo conquistare ciò che abbiamo ereditato!”
Un’elaborazione è indispensabile, perché diversamente le nostre acquisizioni non saranno mai elaborate, dunque “guadagnate” individual-mente tramite i nostri sforzi, e il “sapere rubato” sarà verbale, illusorio o peggio ancora distruttivo, perché non essendo nato da un processo organico intimamente legato alla vita nella sua integrità, rischierà d’ignorarla e contrariarla.
E che cosa di meglio potrebbe illustrare ciò che è stato detto, che la storia “dell’Apprendista Stregone” da una parte, e dall’altra parte quella del viticoltore (nel Nuovo Testamento), che sul letto di morte rivelò ai figli che lasciava loro in eredità “un tesoro nascosto” nella vigna e di cui non ricordava il posto e ciò per farli lavorare la terra affinché scoprissero “il vero tesoro”, elaborato (lavorando la terra e facendo così fruttare la vigna) tramite i loro sforzi!
Caro amico, mi fermo qui, perché suppongo che nel frattempo tu abbia potuto afferrare il concetto di base, sia psicologico che pedagogico, che potrebbe magari esserti utile nella tua prassi quotidiana sia di psicologo che di pedagogista.
Se ciò non dovesse essere il caso, potrai fare ricorso a mie eventuali precisazioni supplementari.
Ti auguro quindi un ottimo prosieguo delle tue attività, ma anche della tua vita privata, d’altronde le due, almeno secondo il mio modesto parere, essendo inscindibili.
Con i migliori saluti dal tuo amico di sempre…
B.S.H
So long, I am around…
Fine della seconda ed ultima parte
P.S. Credo di aver omesso di dirti qualcosa che ritengo abbastanza importante, ossia un punto di vista particolare di Howard
allorquando affermava suppergiù che:
” Ciò che un docente deve innanzi tutto saper insegnare non è una materia, qualsiasi essa possa essere,
deve bensì saper insegnare l’apprendere, come si apprende, ossia deve essere uno specialista dell’apprendimento ! “
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